ROBERTO FARINACCI
(1892-1945)



domenica 16 ottobre 2016


Nato a Isernia nel 1892, fu volontario nella Prima Guerra Mondiale e partecipò alla fondazione dei Fasci di combattimenti nel 1919.Direttore nel 1922 del quotidiano "Cremona Nuova", fu segretario del fascio locale nel 1919-24 e nel 1925-29. La sua elezione a deputato nel 1921 fu annullata per la giovane età. Esponente del versante più intrasigente del fascismo, si oppose al patto di pacificazione del 1921 con i socialisti; dopo la Marcia su Roma, cercò di rinviare la scelta "legalitaria" e "normalizzatrice" di Mussolini, in nome di una "seconda ondata" del Fascismo. Membro del Gran Consiglio del Fascismo, divenne nel 1925 segretario generale del Partito Nazionale Fascista, ma mantenne tale carica per soli 13 mesi, a causa delle divergenze con Mussolini. Fu l'avvocato difensore degli imputati al processo per l'assassinio di Matteotti. Nel 1929 fondò a Cremona il quotidiano "Il regime fascista". Negli anni Trenta non ricoprì incarichi politici di rilievo: volontario nella guerra d'Etiopia, fu favorevole all'intervento in Spagna e all'introduzione delle leggi razziali nel 1938. Sostenitore dell'alleanza con Hitler, respinse l'ordine del giorno nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Fuggito in Germania, tornò nuovamente a Cremona, e durante la RSI si mantenne al di fuori della politica. Fu fucilato dai partigiani nel 1945 a Vimercate.




Roberto Farinacci nacque ad Isernia il 16 ottobre del 1892, da famiglia d’origine campana. Il padre, Commissario di Pubblica Sicurezza, venne nel 1900 trasferito nel nord: tutta la famiglia si spostò dapprima momentaneamente a Tortona, nell’Alessandrino, e quindi in via definitiva a Cremona. Il giovane Farinacci lasciò presto la scuola per cercare un lavoro, che trovò all'età di 17 anni, nel 1909, come dipendente delle ferrovie di Cremona, con la mansione di telegrafista ferroviario; il lavoro gli piacque assai, tanto che volle continuare a svolgerlo fino al 1921, quando già aveva iniziato una vivace carriera politico-giornalistica. Negli anni ’10 inizia a seguire le vicende politiche nazionali, interessandosi in particolare al Partito Socialista. Si avvicina così al concittadino cremonese Bissolati, che, espulso dal PSI con Bonomi in seguito al congresso di Reggio Emilia del 1912 (al quale aveva avuto successo Mussolini), aveva dato vita al Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI), divenendo antesignano della socialdemocrazia dei futuri Partito Socialista Unitario (PSU) e Partito Socialdemocratico Italiano (PSDI). Chiamato come collaboratore al giornale di Bissolati “L'Eco del popolo”, si segnala con articoli di un certo rilievo a favore della Guerra di Libia. Nel frattempo, ripresi gli studi, riesce a conseguire brillantemente la licenza liceale e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Modena, dove si laureerà, per cause belliche solo nel 1923 in una sessione speciale per ex combattenti, con il celebre giurista Prof. Alessandro Groppali. Occupatosi della riorganizzazione del sindacato contadino socialista, inizia a mostrare insofferenza nei confronti dei socialisti riformisti e a collaborare volontariamente con “Il Popolo d'Italia” di Benito Mussolini. Allo scoppio della
Grande Guerra si dichiara interventista, contrariamente alla maggior parte dei compagni riformisti, ma non di Bissolati, dichiaratosi anch’egli per l’intervento. La rottura con i socialdemocratici è però vicina e si consuma definitivamente dopo un discorso violentemente anti-irredentista che il vecchio Bissolati tenne, tra le proteste, a Milano. Col 24 Maggio del ’15 parte volontario e partecipa per alcuni mesi ai combattimenti, animando dal fronte il settimanale cremonese “La Squilla”. Ottiene tra l’altro una croce al merito.Con la Vittoria, rotto ogni legame col gruppo socialista riformista di Bissolati e con la massoneria, diventa seguace di Benito Mussolini e con lui fonda nel 1919 i Fasci di Combattimento; l’11 aprile dello stesso anno fonda il Fascio di combattimento di Cremona, cui da una connotazione intransigente, imperiosa e poco diplomatica, tollerando, se non addirittura incoraggiando, la veemenza squadrista. Lo squadrismo, del resto, ben si addiceva al carattere sanguigno di Farinacci, che interpretava la politica in modo “molto fisico e poco spirituale”. Fu così che la sua figura venne sempre più identificata, tanto dai Fascisti quanto dagli oppositori, come “l’inurbano fornitore di manganelli e olio di ricino”. I suoi modi in effetti erano sempre molto schietti: nelle sue lettere arrivava addirittura ad offendere e minacciare lo stesso Duce! Nel 1921 viene eletto Deputato a soli 29 anni: l’elezione viene così annullata per la giovane età. Nello stesso anno è con Dino Grandi e Italo Balbo nella ferma opposizione al cosiddetto patto di pacificazione con i socialisti promosso da Mussolini allo scopo di stemperare gli animi. Intanto opera instancabilmente, insieme ad Achille Starace, per una massiccia campagna di propaganda Fascista in diverse regioni Italiane, tra cui la Venezia Tridentina. Con l’approssimarsi 

della Rivoluzione diviene Console Generale della Milizia. Nel 1922 è tra gli organizzatori della Marcia su Roma e prova a rinviare la seconda scelta pacificatrice e normalizzatrice di Mussolini, sollecitata dalla Corona, in nome di una “seconda ondata di forza” del Fascismo. Tenta pertanto di ostacolare la manovra, ed anzi contesta la stessa creazione della Milizia, nella quale sarebbero dovuti confluire anche i "suoi" squadristi: Mussolini gli inviò allora il Quadrumviro Emilio De Bono che, con in mano un mandato di cattura a lui intestato, seppe essere molto persuasivo. Era nel frattempo divenuto Direttore del quotidiano “Cremona Nuova”, che nel 1929 diverrà Il Regime Fascista ed è Segretario del Fascio locale sino al 1929. Dal carattere energico e permaloso, affronta in questo periodi diversi duelli, tra cui il più faticoso risulta quello del 28 settembre 1924 col Principe Valerio Pignatelli, in cui patisce una ferita seria. E’ lui ad assumere la difesa in giudizio di Amerigo Dumini nel processo per l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, ottenendone l’assoluzione. Membro del Gran consiglio del Fascismo, nel febbraio 1925 diviene Segretario Generale del Partito Nazionale Fascista ma resta in carica solo 13 mesi a causa di notevoli divergenze con Mussolini e il Governo, anche riguardo alle funzioni della sua carica. I suoi modi riuscirono anche a provocare uno stallo di diversi mesi nel lavoro diplomatico che il Regime stava intessendo con la Chiesa, che sarebbe stato coronato dal Concordato del 1929. Alla fine degli anni venti è al centro di una tumultuosa vicenda giudiziaria, denunciando, tramite l’ex Federale di Milano Carlo Maria Maggi, poi espulso dal partito, un presunto intrigo politico, con risvolti economici, perpetrato nel milanese dal Podestà Ernesto Belloni, dimessosi nel 1928 e dal Federale Mario Giampaoli, implicato nel gioco d’azzardo. Farinacci arriva ad accusare Giampaoli di tentato omicidio nei suoi confronti: il Giampaoli viene espulso dal partito nonché citato in giudizio e condannato in base a prove schiaccianti nel 1930. Dopo tale esperienza si isolò per qualche anno dalla vita politica, dedicandosi alla professione forense e giornalistica raggiungendo grandi risultati: si consideri che il suo giornale “Il Regime Fascista”, a diffusione limitata all'

Italia settentrionale, arrivò a vendere più copie del stesso “Popolo d'Italia”. Dalle colonne del suo quotidiano non lesinò attacchi ad alcuno; memorabile resta il suo violento attacco ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce e organizzatore delle Battaglie del Grano e del Rimboschimento, accusato, in modo dimostratosi poi del tutto infondato, di aver ricevuto finanziamenti occulti.Reintegrato nel 1935 nel Gran Consiglio del Fascismo, allo scoppio della Guerra d’Etiopia parte volontario nella Milizia e si segnala per incontenibile audacia ed ardimento. In guerra “il selvaggio Farinacci”, com'era affettuosamente chiamato dai suoi fedelissimi, si ritrovò con i bombardieri di Galeazzo Ciano, nuovamente insieme a Starace. Conquistò sul campo il grado di Generale. Rimase mutilato perdendo la mano destra in un banale incidente di campo. Rimpatriato, devolse in beneficienza il vitalizio spettantegli. L'esperienza africana gli valse una rivalutazione soprattutto sotto il profilo militare. Dopo il ritorno trionfale è tra i sostenitori dell’intervento armato per dirimere la questione spagnola nonché della politica di costante avvicinamento alla Germania nazionalsocialista. Inviato come osservatore militare in Spagna durante la guerra civile spagnola inviò importanti e lucide relazioni militari. Ammiratore del nazismo e di Hitler preme per l’introduzione delle leggi razziali in Italia e per una svolta razzista e antisemita del Governo. Strinse stretta amicizia con alcuni gerarchi del nazismo, come Goebbels, avvicinandosi sempre più alle posizioni del regime tedesco. Nel 1939 il Re lo nomina Ministro di Stato e Alto Dignitario della Corona. Contemporaneamente istituisce il “Premio Cremona”, destinato a tutti gli artisti Italiani. Scoppiata la guerra, Farinacci si fa strenuo sostenitore, presso il Re e presso il Governo, dell’assoluta necessità dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Violentemente contrario alla non belligeranza del 1939, accese una infuocata polemica dalle colonne del suo giornale, talché si dovette spegnere con sequestri, controlli di polizia e faticosissimi richiami all'ordine. Quando poi, nel 1940, la guerra fu alfine dichiarata, Farinacci si diede al minuzioso controllo di potenziali traditori, doppiogiochisti e spie, rasentando sovente il grottesco.Considerato ormai anche dal Duce un fanatico, fu inviato nel 1941 in Albania quale ispettore governativo delle operazioni belliche. Qui criticò
violentemente Badoglio, provocandene l’ira e le dimissioni da Capo di Stato Maggiore. Tornato in Patria fu allontanato dalla vita pubblica. Informato del possibile cambio di Governo già nel giugno del 1943 forse dallo stesso Grandi, decise di discuterne col Re, col Duce e financo con Hitler, affinché si trovasse una soluzione; tuttavia nessuno dei tre gli diede udienza. Il 25 luglio 1943 criticò l’ordine del giorno Grandi e presentò una sua mozione, votata solo da lui stesso. In essa si chiedeva al Re di attuare una netta “svolta filo-tedesca”, anche con un nuovo Presidente del Consiglio. La stessa sera si rifugia nell'ambasciata tedesca ed il giorno successivo si trasferisce a Monaco.Torna a Cremona il 22 Settembre 1943, tentando di riprendere il controllo del suo giornale. Mal sopportando l’ingerenza tedesca, si ribella apertamente a questi; viene perciò allontanato e privato di ogni carica e durante la R.S.I. è completamente estromesso dalla vita politica. Insediatosi a Milano presso la Marchesa Medici del Vascello, forse l’unica donna di rilievo della sua vita, il 27 aprile 1945 decide di allontanarsi verso la Valtellina. Episodio curioso narrato da testimoni oculari, Farinacci chiede all’autista di sedersi dietro e di far guidare lui, benché privo di una mano; a Beverate, frazione di Brivio, trovatosi innanzi a un posto di blocco partigiano, decide di sfondarlo a tutta velocità, ma l'auto viene fermata da una raffica di mitra: l’autista muore sul colpo, la Marchesa Medici viene ferita mortalmente (morirà dieci giorni dopo in ospedale), Farinacci, ironia della sorte, si salva miracolosamente. Il mattino del giorno dopo, 28 aprile 1945, dopo aver passato la notte in una villa di Merate, subisce un processo sommario partigiano e viene fucilato barbaramente presso il municipio di Vimercate, nel Milanese.



Farinacci, che ha mantenuto un contegno distaccato e dignitoso, notata – tra la folla – la presenza di un prete, gli fà cenno di avvicinarglisi: << … Ho bisogno di voi…>>. Il prete chiede (e ottiene) che li lascino soli; Farinacci scrive un ultimo saluto per la figlia e consegna il danaro che ha in tasca, perché venga distribuito ai poveri della città. Epilogo del processo sommario a Roberto Farinacci.

VIMERCATE 28 APRILE 1945 LA FUCILAZIONE DI FARINACCI

CIMITERO DI CREMONA LA TOMBA

ANITA BERTOLAZZI, LA SIGNORA FARINACCI
Storia di una donna che venne incarcerata per essere stata la moglie d'un Fascista
In quella che un tempo si chiamava Piazza Italo Balbo, sostano adesso i taxi in attesa dei clienti. La strada continua verso Piazza Cavour e allarga lo sguardo sulle acque del lago di Como. Le montagne si bagnano della luce del sole mentre cammino lungo la fila dei taxi silenziosi. Al nr. 2 (oggi la piazza è intitolata a Pietro Perretta) nell'aprile del 1945 si trovava il comitato di epurazione, luogo in cui venivano raccolte le denunce contro i fascisti. Negli anni, ascoltando alcune testimonianze e rileggendo le carte negli archivi, mi sono reso conto che, molto spesso, queste denunce non avevano alcun fondamento. Con una semplice indagine, quei castelli campati in aria non avrebbero retto. In verità bastava l'invidia, l'inimicizia per condurre un Fascista davanti ad una corte d'Assise straordinaria e, quasi sempre, davanti al plotone di esecuzione. Seduto su una panchina di pietra ripenso a quanti sono caduti da innocenti, colpevoli solo di aver combattuto lealmente. Per questo motivo i Fascisti e le Fasciste dell'esercito Repubblicano dovevano morire, subire l'onta dell'oblio per poter essere denigrati e sviliti dai loro carnefici. Perché i partigiani potessero raccontare un'unica verità, senza timore di essere smentiti. E non dobbiamo dimenticare i fratelli, i figli, i genitori, le mogli di coloro che decisero di difendere la Patria in armi. E il compito della storiografia, di chi sceglie di fare ricerca, non è tanto quello di confermare od opporsi ad una tesi. Piuttosto è quello di seguire la verità documentale: quindi prendendosi il disturbo di frequentare fisicamente archivi, fondazioni, biblioteche. Proprio in uno di questi archivi riesco a scoprire che, anche in assenza di apposita denuncia, si rischiava di finire in galera. Evidentemente bastava essere la moglie di un Fascista. Perché non si capisce davvero cosa dovesse scontare la moglie di Farinacci Roberto, visto che lo stesso non svolse nessun ruolo politico nella RSI, passando quei mesi ad amministrare Cremona. Roberto Farinacci viene catturato dai partigiani il 28 aprile 1945. Dopo un processo sommario e sbrigativo viene condannato alla fucilazione. (Farinacci mantiene un contegno dignitoso. Nota tra la folla un prete e chiede di poter rimanere solo con lui. Farinacci scrive così un ultimo saluto per la figlia e consegna il denaro che ha in tasca, chiedendo che venga distribuito ai poveri della città di Cremona). Caduto sotto le raffiche dei mitra (si rifiuta di essere fucilato alla schiena e porge il petto visto che non si considera un traditore) viene seppellito nel cimitero di Vimercate, sotto un ceppo di pietra, senza la pietà di un fiore o di una preghiera. I mesi trascorrono nel sangue e nel terrore rosso. Arriviamo così ai primi di settembre del 1945: la lettera del CLN di Como è datata 6/9/1945. Indirizzata alle diverse sedi dei partiti del comitato, viene evidenziato però il destinatario principale: il partito comunista. “Si trasmette copia della lettera qui pervenuta dalla R. Questura di Como con preghiera di esprimere il proprio parere circa l'opportunità o meno di togliere l'attuale stato di libertà vigilata nei confronti della Sig.ra BERTOLAZZI ANITA Vedova di Farinacci Roberto”. Anita Bertolazzi viene arrestata e tradotta alla Palestra Mariani il 2 maggio del 1945, quattro giorni dopo la fucilazione del marito. Successivamente, in data 23 maggio 1945, viene scarcerata e diffidata dal prendere dimora in casa del Signor Giovanazzi Piero, proprietario di un appartamento in Piazza Mazzini a Como. Nella trascrizione della lettera inviata dalla Questura si legge che “su richiesta della medesima Sig.ra Bertolazzi Anita veniva trasferita presso l'Istituto “Marcelline” della Divina Provvidenza situato in via Tommaso Grossi, dove trovasi tuttora in istato di libertà provvisoria”. Enrico Stella, presidente del CLN provinciale di Como, continua a trascrivere la missiva giunta dalla Questura, in quel giorno di settembre del 1945. Ed io, leggendola settant'anni dopo, sono costretto a ritornare ben due volte sulle ultime frasi. E, se ve ne fosse ancora bisogno, questo documento è la prova di come i comunisti intendessero amministrare la giustizia.
Dalla Questura fanno presente che “poiché fino ad oggi nessuna denuncia è stata presentata a carico della vedova del Farinacci si chiede il parere di codesto On.le Comitato [del CNL di Como, n.d.a.] per decidere se alla predetta signora possa essere tolta o meno l'attuale misura di sicurezza”. Il 12 settembre risponde la segreteria del partito comunista comasco, con una breve lettera che ha per oggetto “scarcerazione vedova di Roberto Farinacci”. In sole quattro righe, facendo riferimento alla lettera di Stella, ribadiscono che “il Partito Comunista ritiene che la detenuta in oggetto debba essere trasferita a Cremona e consegnata alle autorità locali per gli eventuali accertamenti a carico”. Anita Bertolazzi arriva a Cremona ma ha solo un desiderio: poter piangere sulla tomba di suo marito. Prendendosi cura di quel luogo portando dei fiori e le preghiere che fino a quel momento le sono state negate. Ed è possibile credere che la signora Anita abbia potuto trovare un po' di pace solo nel 1956, quando finalmente riesce a portare la salma del marito nel cimitero monumentale di Cremona.
Alessandro Russo
Da “ Il Giornale d’ Italia”














 







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